9 febbraio 2016

Il Giorno del Ricordo

Il 10 febbraio è il Giorno del ricordo in memoria dell'esodo dei 350mila italiani dell'Istria e giuliano-dalmati che per restare italiani lasciarono case, paesi, cimiteri e ricordi, rifugiandosi all'interno dei nuovi confini dell'Italia ritiratisi – per conseguenza della seconda guerra mondiale – alle porte di Trieste. La data rievoca il 10 febbraio 1947, giorno del Trattato di Parigi che sancì il passaggio di quelle terre italiane alla Jugoslavia.

11 gennaio 2016

Storie di eroi: la memoria del colonnello Fincato è ora un libro

Un libro per tutti, ora reperibile in libreria e in biblioteca, in tutta Italia. La storia del colonnello Giovanni Fincato (Enego 1891 – Verona 1944) è diventata ufficialmente un volume, Giovanni Fincato. Un alpino tra due guerre mondiali edito da Cierre lo scorso dicembre col patrocinio dell'Istituto per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea di Verona, presieduto da Stefano Biguzzi che ne ha curato la prefazione.

3 gennaio 2016

La guerra di Giani

È il diario di «un semplice gregario» del primo reggimento Granatieri, ma anche del «più discreto e meno in vista dei letterati italiani», come lo definì Eugenio Montale. La casa editrice Quodlibet rispolvera con una nuova edizione, a cura di Giuseppe Sandrini, Guerra del '15, di Giani Stuparich (1891-1961), facendo riscoprire ai lettori italiani una tra le più raffinate prose del panorama letterario triestino.
Giovane intellettuale vociano, laureato in Lettere a Firenze, Stuparich a 24 anni si arruola a Roma col fratello Carlo e l'amico Scipio Slataper nell'esercito italiano, anziché in quello austroungarico, per liberare la loro irredenta Trieste. Guerra del '15 è il diario dei primi due mesi di guerra sulla Rocca di Monfalcone, nel Carso, battesimo del fuoco per i due fratelli che in poche settimane da giovani ardenti idealisti si trasformano in uomini, senza tuttavia perdere i valori – seppur talvolta a fatica – che li hanno condotti al fronte.

21 dicembre 2015

A Trieste, il museo della guerra per la pace


Un visionario quanto appassionato collezionista morto tra i suoi pezzi d'antan nel rogo di un magazzino, dove dormiva in una bara; migliaia di documenti, cimeli, cannoni e mezzi militari del Novecento stipati in diversi siti a Trieste e dintorni; un'ex caserma di primo Novecento restaurata in chiave avveniristica e trasformata in museo della pace dove si mostra la guerra per educare a non combattere più.
Mille storie si intrecciano convergendo oggi in un unico punto di fuga: in via Cumano 22, a Trieste, dove l'ex caserma «Duca delle Puglie» è divenuta, quasi per ossimoro, il «Museo della guerra per la pace, Diego de Henriquez».

15 dicembre 2015

Alessandro Barbero, a 200 anni dalla battaglia di Waterloo

Ascoltandolo par di rivivere atmosfere medievali o le grandi battaglie che sconvolsero l'Europa nell'età moderna. Studioso che sa farsi leggere – nei suoi saggi come nei romanzi – ma che sa anche affascinare il pubblico dei festival culturali o dei programmi televisivi, lo storico piemontese Alessandro Barbero, venerdì 11 dicembre, era a Verona, alla Società Letteraria, ospite dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell'età contemporanea. Con la conferenza Waterloo, i duecento anni della battaglia che ha cambiato l'Europa ha fatto calare gli ascoltatori nella campagna della Vallonia, al 18 giugno del 1815, quando la sconfitta di Napoleone contro gli eserciti della settima coalizione, guidati dall'inglese duca di Wellington e dal feldmaresciallo prussiano von Blücher, preludio dell'esilio a Sant'Elena, si scolpì nella Storia. 

2 novembre 2015

L'Italia senza meta. Intervista a Emilio Gentile

«L'Italia sta affrontando una lunga transizione senza meta», ma, senza pessimismi, resta un fenomeno da osservare e comprendere con realismo. È il compito dello storico, secondo Emilio Gentile, professore emerito dell'università La Sapienza di Roma. Teorico dell'Italia «senza padri», massimo esperto della storia del Fascismo e storico italiano più tradotto all'estero, è stato di recente a Verona, ospite dell'Istituto per la Storia della Resistenza e dell'età contemporanea di Verona.

18 luglio 2015

Negare: fase finale di un genocidio

L'Arena, 10 luglio 2015, di Maria Vittoria Adami

La Russia ha votato «No» alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che condanna il massacro di Srebrenica e che è considerata dalla Serbia un'umiliazione. Ha bloccato così l'adozione della risoluzione, negando il genocidio. Un ritorno indietro di oltre dieci anni: nel 2004 il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra della Ex Yugoslavia (IctY) riconosce, per il massacro di Srebrenica, la parola «Genocidio».

Srebrenica: vent'anni fa, l'ultimo genocidio

L'Arena, 10 luglio 2015, di Maria Vittoria Adami

Ludvo, Hamed, Almir e Dzemal hanno 16 anni. Sono quattro degli 8.372 bosniaci musulmani rastrellati attorno a Srebrenica tra il 9 e l'11 luglio 1995 dalle truppe serbo-bosniache di Ratko Mladić. Condotti su camion e pullman pubblici nelle scuole, dove oggi i bimbi fanno lezione, o nelle fabbriche della zona, vengono lì torturati e assassinati. Quindi sepolti in una fossa comune. Poi dissotterrati. E risepolti altrove. Nascosti, smembrati, resi irriconoscibili.

25 maggio 2015

La quinta medaglia?

Lungo la Strada degli artiglieri di Rovereto, in località Costa Violina, c'è una lapide commemorativa per il tenente colonnello Giulio Marinetti, nato a Verona il 4 giugno 1877, da Luigi Gaetano e da Sofia Bracco. Conquistò tre medaglie: una d'argento nel 1916 sull'Altopiano di Asiago; una di bronzo sul monte Debeli, sul Carso, nel 1917; infine quella d'oro al valor militare per aver combattuto nella battaglia del Solstizio nel 1918, a Croce di Piave di Musile.

2 marzo 2015

Grande Guerra, le quattro medaglie d'oro di Verona

Verona, tra i suoi soldati, annovera quattro medaglie d'oro al valore militare. Tra i 7.500 caduti scaligeri sui campi di battaglia della Grande guerra ci sono Carlo Ederle, Giovanni Camozzini e Tolosetto Farinata degli Uberti di Verona e Felice Chiarle nato a Peschiera.

19 febbraio 2015

Gli italiani «austriaci», in Galizia, raccontati da Rumiz


(L'Arena, 18 febbraio 2015). Per loro, la guerra cominciò prima. Per i centomila soldati trentini e giuliani che indossarono la «montura», la divisa austroungarica, la partenza per il fronte arrivò un anno in anticipo, nell'agosto del 1914. Meta: la Galizia, frontiera orientale tra l'Austria-Ungheria e l'impero dei Romanov, oggi compresa tra Polonia e Ucraina.
Lasciarono la casa in terra asburgica, vi tornarono che erano italiani, a guerra finita e, alcuni, dopo anni di prigionia in Siberia. Ma non furono accolti a braccia aperte da un Paese che non intendeva (furono diffuse precise informative) commemorare gesta e caduti di ex-nemici.

26 dicembre 2014

Nevrosi di guerra. Aleardo Salerni e la predisposizione originaria

Il primo conflitto mondiale fu un banco di prova per la psichiatria di primo Novecento che dovette affrontare la nevrosi di guerra sulla base di categorie diagnostiche tradizionali.
Ci furono diverse interpretazioni. Alcuni psichiatri sostenevano che la follia fosse una forma di fuga, anche voluta (in tal caso il soldato andava punito con terapie aggressive, come l'elettrochoc, per convincerlo che fosse meglio tornare al fronte). Altri abbracciarono la teoria della predisposizione originaria. Lo fece anche il dottor Aleardo Salerni, che curò i soldati di San Giacomo.

Nevrosi di guerra, il caso del San Giacomo di Tomba

«Cara mamma, non è vero che si combatte per la nuova civiltà, che anche il nostro esercito civile ha fatto delle cose che il buon Dio non l'ha mai predicato». La calligrafia scorre veloce nella lettera di Oreste De Angelis, soldato beneventano, che scrive alla madre dalla «casa di salute di Verona». È il 29 luglio 1917 e si trova al manicomio provinciale di San Giacomo di Tomba.
Qui, dove oggi sorge il policlinico «G.B.Rossi» di Borgo Roma, tra il 1915 e il 1918, furono ricoverati 679 soldati come Oreste, scesi dalle trincee della Grande Guerra e mandati in osservazione dall'ospedale militare di Verona: avevano dato segni di cedimento nervoso e bisognava valutare se fossero simulatori o vittime di quello stato psichico che ancora non si definiva «nevrosi di guerra».

18 novembre 2014

Le tre medaglie del colonnello Fincato


La ferocia gli negò il sepolcro, ma non la gloria degli eroi. Lo si legge sulla lapide di piazzetta Martiri della libertà a Verona, vicino al teatro Romano, dove il rumore dell'Adige accompagna il ricordo di chi può essere, senz'ombra di dubbio e di retorica, ritenuto simbolo di una società migliore. È il ricordo del colonnello degli alpini Giovanni Fincato che nel mese di ottobre viene ricordato per la sua nascita, il 3 del mese del 1891, e per il tragico martirio che pose fine alla sua vita il 6 ottobre del 1944, per mano di italiani dell'ufficio di polizia fascista di Verona che lasciarono una vedova e sei figli piccoli a portare nel nome l'onore di questa grande figura.

26 ottobre 2014

Achille Papa, Generale tra i soldati

«Costante esempio di coraggio e ardimento alla sua divisione, veniva colpito a morte dal piombo nemico mentre, impavido, dalla prima linea della posizione da esso conquistata, preparava nuovi gloriosi cimenti alle sue truppe vittoriose. Na Kobil (Bainsizza), 5 ottobre 1917». Al netto della retorica del novembre 1917, quando furono scritte queste parole, resta il reale valore della persona alla quale furono dedicate: il generale Achille Papa.

22 agosto 2014

Carlo Emilio Gadda e la Grande Guerra (a Verona)


È il 1917. L'8 febbraio un giovane tenente alpino, che diventerà dopo la guerra uno dei maggiori prosatori del Novecento, è giunto a Verona. Ha preso una stanza in una pensione privata, in via Scrimiari 44, della famiglia Contolini. A colazione e a pranzo va al Circolo Militare. È Carlo Emilio Gadda, partito per il fronte due anni prima, arruolandosi volontario nel 5° Alpini, 470° reparto mitragliatrici.

L'Archivio Liberati di Villafranca

A oltre quarant'anni dalla sua morte, Verona resta una seconda casa per Carlo Emilio Gadda (nella foto vestito da alpino, col fratello Enrico), legato alla città scaligera per diversi aspetti. Era nato a Milano nel 1893, morì nel 1973 a Roma, dove visse per molti anni in via Blumensthil 19, sepolto poi al cimitero del Testaccio. Ma suo cognato, Paolo Ambrosi, marito della sorella Clara, aveva una villa a Cavalcaselle. La madre, Adele Lehr, aveva vissuto a Verona e nel 1930, proprio qui, Gadda pubblicò su L'Arena la recensione de «Il vento tra le case», opera dell'amico Tecchi Bonaventura che aveva conosciuto durante la prigionia in Germania.

28 luglio 2014

Trincee, il fronte mai aperto della Lessinia


 «Quante di queste strade di montagna, che ora le automobili di lusso, per il piacere di tanti oziosi, percorrono in fretta lasciandosi dietro un'effimera scia d'ammirazioni e d'esclamazioni, sono state costruite da uomini che venivano da patimenti e dai pericoli delle trincee». Scrive Giani Stuparich, letterato irredento triestino, arruolatosi col fratello Carlo nell'esercito italiano per il fronte della Grande Guerra, pur dovendo vestire la divisa dell'Austria Ungheria.

I fratelli Stuparich e Podestaria

di Maria Vittoria Adami, Verona Fedele - 20 luglio 2014
Carlo e Giani Stuparich, giovani letterati cresciuti nella Trieste di Saba e Svevo e spiriti irredenti, avevano maturato l'ideale dell'italianità della loro terra studiando a Firenze e frequentando, con Scipio Slataper, gli ambienti letterari de «La Voce» di Prezzolini. Fratelli inseparabili, si arruolarono volontari nell'esercito italiano, nonostante la chiamata alle armi provenisse dall'impero Austroungarico. I primi mesi di combattimenti per loro furono tragici, inviati subito nelle trincee del Carso e sulla Rocca di Monfalcone.

7 luglio 2014

La Grande Guerra secondo Bubola


 di Maria Vittoria Adami, Verona Fedele, 6 luglio 2014

«Buche imbottite di fanti, minuscole ampolle di vita in quel cimitero senza nome» di «morti insepolti e vivi sepolti» sono le trincee narrate da Carlo Salsa, l'autore di uno dei più toccanti volumi di memorie della Grande Guerra, «Trincee», che ben descrive l'inenarrabile accaduto cento anni fa tra gallerie ad alta quota rubate alla roccia e in cunicoli di fango, dove dalle «pareti pantanose» affioravano «scarpe chiodate, involti rigonfi, dita adunche di gente sepolta o sprofondata lentamente nella terra» e dove un ginocchio dissotterrato per metà serviva come punto di ritrovo durante la notte, per la distribuzione del caffè e dei viveri: era «il caffè del Genoeucc» per i soldati lombardi.

Dove parlo di storia #2025

Venerdì 30 e sabato 31 maggio sarò al Festival èStoria di Gorizia . Il tema quest'anno è «Città». Con la storica Renata Aga parlerò di...